Canti di Castelvecchio

Ov'è?

C'è uno di nuovo stamane
su nella casa solitaria.
Dall'uscio leva il muso il cane,
ne odora la vocina in aria.
Eppure fu notte serena!
né l'uscio sui gangheri appena
ciulì...
Non l'hanno (che dicono?) preso
in una ceppa di castagno!
Stanotte si sarebbe inteso
nel gran silenzio quel suo lagno.
Invece nei prati tranquilli
non c'era che il canto dei grilli:
tri... tri...
Non l'hanno comprato alla fiera,
non l'hanno avuto dal convento.
Stanotte per le vie non c'era
che qualche scalpiccìo del vento;
e intorno alle tacite case
poi sola la voce rimase
del chiù.
Le case eran tacite, chiare
le vie; dormiva il cane all'uscio.
In casa egli dovette entrare,
come il pulcino nel suo guscio!
Cadevano stelle celesti,
brillando... Oh! dal cielo cadesti
pur tu!
Dal cielo! Dal cielo! che piove
la guazza su le dure zolle.
Tu sei caduto, e non sai dove,
e giri l'occhio tutto molle.
Non fu la caduta di nulla!
Ma c'era una morbida culla
per te!
Oh! il mondo in cui oggi ti trovi,
del tuo cielo non t'è più caro!
fai tante rughe! e sempre muovi
la bocca, che ci senti amaro!
Oh! il cielo! il tuo cielo! e ne chiedi
col fievole grido a chi vedi:
ov'è? ov'è?
Ne chiedi ai ragazzi, col giorno
venuti sopra il piè leggieri,
e alle rondini che intorno
passano come lampi neri.
Né più, tra il bisbiglio e il sussurro,
capisci il tuo cielo d'azzurro
dov'è!
Zitti!... ora non chiede più nulla:
dov'è, sua madre gliel'ha detto.
A lei lo porser dalla culla;
la mamma se l'è messo al petto.
Oh! ecco il suo cielo infinito!
e più non si sente il vagito:
ov'è? ov'è?

V
Se a me non fu dato vederti
mai, ora non, avida ancora,
tentando le palpebre inerti,
lavora
la cieca pupilla.
Se non mi porgesti né un sorso
di dolce, le fauci inquiete
non m'arde con vano rimorso
la sete
dell'ultima stilla.
Non vidi che nero, non bebbi
che fiele; ma ingrato non sono:
ti lodo per ciò che non ebbi;
che non abbandono.

VI
Non ebbi il superbo banchetto
tra quelli che aspettano al canto
le miche: e né letto né tetto,
tra tanto
di popolo nudo.
Non verso nell'ultimo istante
la lagrima vile a versarsi:
la prima! la sola! E le tante
ch'io sparsi,
con gli occhi le chiudo.
Io nudo, bussando alle porte,
ti dico, nell'ora che imbruna:
Di dolce sol ebbi la morte;
ma tutto è quest'una!


VII
Io t'amo pel freddo e lo stento,
l'insonnia, il digiuno, l'affanno,
cui devo che senza sgomento,
che fanno
ch'esperto io rimuoia.
Io t'amo perch'ora meschino
non chiedo, felice non rendo;
ma stanco del lungo cammino
discendo
senz'onta di gioia;
discendo laggiù tra le grame
mie genti, nel mondo che tace,
tra gli umili morti di fame
che dormono in pace. -

VIII
Su l'orlo d'un lago nei monti,
fra stridulo ansare di grilli,
sul lago in cui, luna che monti,
scintilli,
c'è un nero, c'è un mucchio
di squallidi cenci e di membra,
c'è un uomo con gli occhi rivolti
nel lago, e che attonito sembra
che ascolti
l'eterno risucchio:
e simile a sogno di nulla,
nell'acqua c'è l'ombra sua bruna,
che appena si dondola e culla
nel lume di luna.

 

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