| Il Fanciullino |
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Così
il poeta vero, senza farlo apposta e senza andarsene, portando, per
dirla con Dante, il lume dietro, anzi no, dentro, dentro la cara anima
portando lo splendore e ardore della lampada che è la poesia;
è, come si dice oggi, socialista, o come si avrebbe a dire, umano.
Così la poesia, non ad altro intonata che a poesia, è
quella che migliora e rigenera l'umanità, escludendone, non di
proposito il male, ma naturalmente l'impoetico. Ora si trova a mano
a mano che impoetico è ciò che la morale riconosce cattivo
e ciò che l'estetica proclama brutto. Ma di ciò che è
cattivo e brutto non giudica, nel nostro caso, il barbato filosofo.
È il fanciullo interiore che ne ha schifo. Il quale come narrando
le imprese dei suoi eroi, e dicendo tutto di loro, e, oltre le battaglie
e i discorsi, anche i pasti e i sonni, e figurando a noi, per esempio,
i loro cavalli, e ridicendo che brucavano e sudavano e spumavano, pur
non dice mai (tu vedi che procuro quanto posso, che tu non torca il
niffolo) non dice mai che stallavano; così della nostra anima
non racconta che il buono e della nostra visione non ricorda che il
bello. Ché per cantare il male bisogna fare uno sforzo continuo
su se stesso, a meno che non si tratti di pazzia. E in questo caso,
la pazzia sta appunto in questo, di pensar da buoni e cantar da cattivi. Così, caro fanciullo, hanno gran torto coloro che attribuiscono, per ciò che tu non vedi se non il buono, qualche merito di bontà a colui che ti ospita. Il quale può essere anche un masnadiero, e aver dentro sé un fanciullo che gli canti le delizie della pace e dell'innocenza, e la casa dove non deve più riposare, e la chiesa dove non sa più pregare. |
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