I
Era sui culmini, o forte,
era l’aurora sul monte,
quando, quel giorno, la fronte
volgesti alla luce lontana?
era, tra i cantici della dïana,
l’aurora... o la morte?
Chi discendeva a quell’ora
per le boscaglie di querci
col calpestìo d’un esercito
grande sopra aride frondi?
chi salutarono i rombi profondi?
la morte... o l’aurora?
Ché tu sapevi dal vate Acarnane,
la sorte qual era.
Egli gittò nelle sacre fontane
la pietra sua nera.
Disse: – Adornatevi, eroi;
cingete ai capelli le bende!
ché con l’aurora tra voi
la morte dimane discende –.
II
Ma non venivi, io ricordo,
da Lacedemone cava
tu; né tuoi figli ora lava
l’Eurota sonante di canne,
e non li bea nelle nove capanne
l’arguto eptacordo.
Né tu da Tespie o da Cirra,
né dalla ricca Corinto;
dove l’etère dal cinto
leggiadro hanno i mille lavacri:
mille fanciulle vi bruciano lacrime
bionde di mirra.
Te questo lido mandava, ch’Esperio
fu detto; e la gente
ch’ospite accolse i penati e l’imperio
di Roma morente.
Ché se uno squillo si senta
passar su Romagna la forte,
tutti d’un cuore s’avventano
tumultuando alla morte.
III
Oh! non da Sparta la possa,
né tu la voglia pugnace,
né l’ubbidire che tace
tra sé venerando il destino,
né tu da Sparta l’avesti, o latino,
la clamide rossa.
So che al fuggevole Alfeo,
Sparta, e nei borri d’Itome
rossi passavano, come
ruscelli di sangue, i guerrieri
tuoi, su le tibie intonando embateri
del vecchio Tirteo.
Ma più vivaci, strie lunghe di fuoco,
gittò le sue turbe
fulvo un eroe, perseguendo nel fioco
crepuscolo l’Urbe...
Ciò fu nei tempi che ai monti
stridevano ancor le Chimere,
quando nei foschi tramonti
Centauri calavano a bere...
IV
Altri, altri tempi, che prischi
chiama lo stanco sorriso
nostro! Egli dorme in un’isola,
immemore di cavalcate:
dorme, ed intorno la stridula estate
riempie i lentischi.
Dorme. Ma come, o guerrieri,
come l’udiste la voce
sua, così dolce e feroce,
gridare: «Qui, figli, si muore»?
Fratti, qual vita viveva il tuo cuore
cui oggi fu l’ieri?
Fratti, se morti non erano i morti
per l’alto tuo cuore,
anche tu vivi. Non muoiono i forti
già, come si muore.
Altri si piega e distende,
ma in piedi altri resta e dimora,
come una statua che accende
nel bronzo perenne l’aurora.