Inni

Andrée


I

No, no. La voce che giungea per l’aria
fosca, da terra, come gridi umani,
era lo strillo della procellaria,

ch’ama li scogli soli, gli uragani
inascoltati. O forse (era di bimbi
quasi un guaire?), o forse di gabbiani.

Un suono s’alza qua e là di limbi
queruli nell’estrema ombra incaccessa:
sono i gabbiani; dicono. O colimbi

forse? o la skua? Forse la skua. Quand’essa
svola sui ghiacci, esce da mille nidi
un pianto acuto; ché, con lei, s’appressa

la morte. O vani, muti, intimi gridi
tuoi, del tuo cuore...? Udiva anche il gabbiere,
e nell’orecchio del gabbier tu fidi.

Sì: ma fu certo rombo di scogliere,
crollo di rupi, urlo di vento, affanno
d’ancor lontane, pure in via, bufere,

il mare, il cielo, o navichier normanno:

II

non era Andrée. Centauro alla cui corsa
la nube è fango e il vano vento è suolo,
volava Andrée, di là della Grande Orsa.

E l’alche prima videro il suo volo;
poi più nessuno; sì che al fin non c’era
che il suo gran cuore che battea sul polo.

Però ch’ei giunse al lembo della sera,
e su l’immoto culmine polare
stette, come su rupe aquila nera.

Ardea la stella pendula del mare,
lampada eterna, sopra la sua testa,
e pareva nell’alta ombra oscillare.

Vide in suo cuore fissi egli, da questa
onda e da quella d’ogni mar selvaggio,
di tra la calma, di tra la tempesta,

oh! mille e mille e mille occhi, nel raggio
che ardeva a lui sul capo; ed in un punto,
a quelli occhi che vide in un miraggio

subito, immenso, annunzïò: Son giunto!

III

Allor, sott’esso, grave sonò l’inno
degl’iperborei sacri cigni: un lento
interrotto, d’ignote arpe tintinno;

un rintocco lontano, ermo tra il vento,
di campane, un serrarsi arduo di porte
grandi, con chiaro clangere d’argento.

Né mai quel canto risonò più forte
e più soave. Dissero che intorno
sola, pura, infinita era la morte.

E venne, all’uomo alato, odio del giorno
che sorge e cade, venne odio del vano
andare ch’ama il garrulo ritorno.

Egli era in alto, al colmo: era l’umano
fato a’ suoi piedi. Andrée si sentì solo,
si sentì grande, si sentì sovrano,

Dio! Già moriva l’inno dello stuolo
sacro in un canto tremulo di tromba.
Poi fu silenzio. L’astro ardea sul polo,

come solinga lampada di tomba.

 
-

  Torna all'inizio