Inni

Al Re Umberto

I

In piedi, sei morto, tra i suoni
dell’inno a cui bene si muore:
in piedi: con palpiti buoni
nel cuore, colpito nel cuore:

tra grida più fiere che squilli,
di Viva! sei morto: ed al vento
tra gli altri cognati vessilli
batteva il vessillo di Trento:

sul campo; nell’ultima sera
guardando, tra i fremiti lieti,
che cosa, o Re morto? Una schiera
di giovani atleti.

II

Sul campo, sei morto, una mano
levando alla fronte severa,
vedendo da presso e lontano,
vedendo, nell’ultima sera,

nell’ultimo istante, con gli occhi
guizzanti una luce corusca
di lancie d’ulani, con gli occhi
velati dall’ombra di Busca,

vedendo – là tra la minaccia
del nembo luceva una stella –
sei morto vedendoti in faccia
l’Italia novella...

III

Viveva l’Italia novella,
viveva! E tu, Sire canuto,
vedendo ch’ell’era assai bella,
levavi la mano al saluto:

levavi al saluto la mano,
scoprendoti il cuore... Nel cuore
te un uomo – non era un ulano –
trafisse... oh! il Quadrato che muore

per te!... Il gran mare ha il suo fondo:
Re morto, tu eri mortale:
chi grande nel mondo?... Nel mondo,
di grande, c’è il Male!

IV

C’è il Male che piange, che prega,
c’ha freddo, ch’ha fame; e quel Male
che accusa il fratello e rinnega
la madre, quel Male ch’è male.

Il Male è sol quello che ride
d’un lugubre riso di folle;
il Male è sol quello che uccide,
che tempra di sangue le zolle,

le zolle che poi gli empiranno
la bocca, al Caino... ed esangue
poi sente in eterno che sanno
l’amaro del sangue.

V

Il Male è più grande di Dio!
Dio scende; ma l’uomo l’infrange;
Dio passa, Dio dice: «Son io
che piango in ogni uomo che piange!»;

ma presso il banchetto di vita
c’è un pianto che ancora non varia,
ma sordo trapassa il levita
vicino al Gesù di Samaria;

ma niuno, nel mondo delle ire,
di fronte al comune destino,
niuno ama piuttosto morire
Gesù, che Longino.

VI

Oh! il Male! bramito di belva
che in fondo al suo essere cupo
ravvisa l’antica sua selva,
ravvisa il nativo dirupo;

e fiuta, la belva; e già crede
che sia l’avvenire che odora
nell’ombra; e d’un lancio si vede
postato all’agguato d’allora;

e l’ali vuol mettere e tenta
l’abisso dei cieli, la fiera;
e mostro, con l’ali, diventa,
Vampiro e Chimera...

VII

Tu Re, non vedesti. Con gli occhi
guizzanti una luce corusca
di lancie d’ulani, con gli occhi
velati dall’ombra di Busca,

con gli occhi sì fieri e sì mesti,
davanti una giovane schiera
d’atleti, tu non la vedesti
la ingorda di sangue Chimera

notturna, che sibila ed alia
venendo e tornando dai morti...
Tu, Re, salutavi l’Italia
de’ LIBERI E FORTI:

VIII

l’Italia che vive nel sole,
che vuole i suoi rischi e i suoi vanti,
le marre e le trombe, le scuole
pensose e i cantieri sonanti:

l’Italia che spera, e s’adopra
concorde al suo lucido fine,
che foggia il suo fato, là, sopra
le incudini delle officine:

l’Italia che già si disserra
nel grande avvenire il suo varco,
e avanti, sia pace sia guerra,
San Giorgio o San Marco!

IX

Lui, non lo vedesti: vedevi
le vite d’Italia al lavoro:
un grido, FA QUELLO CHE DEVI!
correva sereno tra loro.

Vedevi le inerti paludi
domate da squallidi eroi,
che, come gli eroi su gli scudi,
sul fieno riportano i suoi...

e lungi in un ultimo mare,
sott’aspre costellazïoni,
vedevi tre navi lottare
coi gravi monsoni.

X

Va, giovane Italia: t’aspetta,
ti chiama il tuo fato con voce
d’angoscia. O salute o vendetta,
s’hai l’aquila antica e la croce,

va, portala! L’aquila vede
dall’alto la vasta pianura.
La croce... e tu fanne, alla fede
degli avi, la spada più pura!

Va, memore Italia, tra i primi
tu giunta per ultima. Doma,
costringi, e rialza e redimi!
va, giovane Roma!

XI

Lui... non lo vedesti. O Re forte,
nell’anima calma e serena
nel cuore cui pure la morte
lasciava due palpiti appena,

lui, non lo vedesti; vedevi
lontano lontano, in un mare
di ghiacci, tra pallide nevi,
tra il cenere crepuscolare,

tra sibili sordi di vento,
tra l’ombra e il silenzio, là, solo,
vedevi un piroscafo lento
dirigersi al Polo.

XII

Va!... all’Ideale la barra!
Va!... all’Ideale ch’è un punto,
ch’è un nulla; e la morte lo sbarra;
ma quando sei giunto... sei giunto!

Va, principe giovane e giovane
Italia! Nel pelago eterno,
va, cerca il tuo Polo; va, trova
nel mondo infinito il tuo perno!

Va, in mezzo alla grigia bufera,
va, dove s’incontra e s’indora
con questa che sembra una sera,
la subita aurora!

AL RE UMBERTO
L'inno ebbe questo preambolo, nel « Marzocco » del 22 agosto 1900:
« Dedico quest'inno al partito dei giovani, cioè ai giovani senza partito, cioè ai giovani ancor liberi, che vogliono conservare la libertà che è così cara che la vita non è più cara: la libertà dei palpiti del cuore! Sì che il loro cuore può battere per le otto ore di lavoro e per la spedizione in Cina, ed esecrare il domicilio coatto e abominare l'assassinio politico, e alzare il medesimo inno al muratore che cade dal palco e all'artigliere che spira abbracciato al suo cannone. Siate degni di Dante, o figli di Dante! »
Con quanto dolore ora si ripensa alla spedizione in Cina! Più grande di quello che si affigge sulla acerba infruttuosa morte di Antonio Fratti!
Giova ricordare che, alla morte del Re, non si avevano notizie del Duca degli Abruzzi.
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