Inni

A Verdi

Per il dì trigesimo dal suo transito


I

Voi che notturni moveste
per le strade ancora ombrate;
ch’or nel vestibolo, al vento
antelucano, aspettate
ch’uno v’apra il monumento
del gran Morto;

voi che da quando le stelle
pendean bianche su le lande,
state: qui, sotto una mole
grave, v’ascosero il Grande;
qui: vedetela nel sole
ch’è già sorto.

Voi che recaste gli aromi,
questa è la tomba, se voi
non cercate che una pietra:
esso, l’aedo d’eroi,
sceso qui con la sua cetra,
non è qui.

II

Come cercate il vivente
qui tra i morti? E pur n’udreste,
s’egli qui fosse, sotterra,
voci sì dolci e sì meste
di saluto a questa terra
della morte!

Ripeterebbe il suo pianto
ch’è il suo canto dell’amore!
Un vincitore ch’è vinto:
altro è la vita? L’amore,
sì, ma dentro un laberinto
senza porte!

Voi che recaste gli aromi,
egli vivrebbe, se fosse
qui pur sotto questa pietra;
ma si levò, si riscosse,
volò via con la sua cetra
non è qui.

III

Morto? Ma udite! Ma udite!
Come impreca! Come implora!
Rugge: qual serpe lo morse?
Geme: qual bacio l’accora?
Ama e soffre; ed altro è forse
mai la vita?

Morto? Ma udite! Ma udite!
Egli prega ora il suo Dio.
Lungi la vita gli scorse,
vuole il suo tetto natìo!
Brama e soffre: ed altro è forse
mai la vita?

Vive, ed è lungi, e ci manda
l’inno dell’anima umana
ch’è in esilio ed in martoro.
Presso un’ignota fiumana
ha sospesa l’arpa d’oro:
non è qui.

IV

Morto? Ma forse l’Italia
dai due mari fu sommersa?
Dove fu l’Etna nevosa,
l’onda ribolle e riversa?
dove stette il Monte Rosa,
c’è una duna?

O nell’Italia non vive
più che un resto di canuti?
Siedono a qualche cipresso,
pensano e pregano muti...
Non un letto con appresso
la sua cuna?

Morto chi suscita i morti,
con un clangor di metallo,
dai silenzi della tomba?...
Egli sul bianco cavallo
corse via con la sua tromba:
non è qui.

V

Morto? Si muore una volta!
So che il Fauno primigenio,
fiero cantava nell’ima
valle, indulgendo al suo genio,
quando rossa era ogni cima,
su, di lava.

Quando l’Italia diserta
fu dal Vandalo e dall’Unno,
ei ripeteva il suo canto,
l’imperituro Vertunno,
mentre Roma a lui daccanto
fumigava...

Su innumerevoli roghi,
sotto infinite rovine,
arso, oppresso, al flutto, al vento...
Oh! chi morì senza fine,
non ha fine, non è spento,
non è qui.

VI

Quanto morì!... La zagaglia
ebbe un giorno alla gorgiera.
Egli, egli stesso, il Ferruccio,
in quella cerula sera,
disse, senza odio né cruccio:
Dài a un morto...

Morto? Né prima né dopo,
mai, Fabrizi Maramaldi!
Cadde il Ferruccio nel sangue,
ma si chiamò Garibaldi,
quando rosso, da quel sangue,
fu in piè sorto.

Voi che notturni moveste,
quando le pallide stelle
rilucean su la rugiada,
egli, l’eterno ribelle,
balzò su con la sua spada,
non è qui.

VII

Dove?... Sull’Alpi d’Italia!
Forse il Vecchio è un giovinetto.
Sale un ghiacciaio; s’arresta
poi ch’una voce gli ha detto,
con un grido di tempesta:
Qui c’è nostro!

Dove?... Sui mari d’Italia!
Forse è un mozzo, ebbro d’aurora.
Punta una nave tra cento:
drizza tra quelle la prora.
Tra le sartie gli urla il vento:
Mare nostro!

Dove?... Nel cielo d’Italia!
Dove?... Chiedetene al Sole!
Qui non c’è che questa pietra.
Stare e posare, non vuole:
balzò su con la sua cetra,
non è qui.

VIII

Forse prepara il cammino
tra la terra e le sue stelle.
Forse, tra il muto lavoro,
guarda le ignote fiammelle,
e già dice: Un dìtra loro
parleranno!

Forse, più grande, già pensa
una grande sua parola,
quella che placa gli ardenti,
quella che i mesti consola,
la parola in cui le genti
s’ameranno!

Voi che sotterra cercate
l’ultimo Grande d’Italia,
– era l’ombra, e il giorno è sorto –
l’ultimo Grande d’Italia,
io vi grido, non è morto,
non è qui!

 
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