| Inni
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Il sogno di Rosetta
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Rosetta
cuce ancora alla finestra, cuce all’ultimo raggio del sole, udendo conversar tra loro con voci dolci e strane le rondini straniere, sue compagne dell’albe e delle sere, sue sole casigliane nella casetta in capo del villaggio. E cuce, ché sull’alba di domani convien ch’alla maestra riporti il suo cucito, perché domani è festa; e tira via costure e soprammani senza levar la testa dal lavoro. E giù di fuori è il salutar contento e il ristare e l’andare e venir lento di gente che ha finito, e il rombazzo e il garrito da un capo all’altro della via maestra di bimbi su e giù per il villaggio; dove, all’ultimo raggio, sol essa ormai lavora e cuce e cuce ancora alla finestra. CORO:Uno... due... tre: spicca un salto, che tocca a te! Lungo, o Sabato, voi siete! Tutto il dì su quelle panche! Vedevamo le comete, le comete bianche bianche, che s’alzavano da sé... Compitavi sopra un ramo, ce... ce... ce... canipaiola! come noi che cantavamo su le panche della scuola, ci e ce, e ci e ce. Tutto il giorno abbiamo detto dentro noi, ma forte forte: Deh! facciamo un po’ a filetto! deh! apriteci le porte, novì novì novè... Ora a niente si può fare, ch’è già tardi e il sole cade, e la lucciola già pare sopra i grani, per le strade... lucciola, lucciola, vieni a me! Rosetta nella dolce ombra che cresce con quel ronzìo canoro, di gente e di monelli, che s’allontana, più non le riesce di tener gli occhi aperti e di vedere. E pensa ed abbandona le due mani stanche sui due ginocchi, l’una con l’ago e l’altra col lavoro; e pensa ad uno che da molte sere passa, e si ferma e canta suoi stornelli; e non pensa al domani, non pensa alla maestra; e vuol godersi avanti alla finestra aperta un sonno, un cader giù soave dell’anima e degli occhi pensando appena, fin che suoni l’Avemaria, quando a quei tocchi Rosetta per costume serra, ed accende il lume. ROSETTA:Cuci e cuci, si fa sera. Poverina chi non ha! Ma il mio cuore vede e spera. Spera e spera... si fa sera. Gli vuo’ bene, ma son fiera; gli vuo’ bene, e non lo sa. Cuci e cuci, si fa sera. Se son rose... è primavera; se vuol bene, tornerà. L’AVEMARIA:Don... Don... Don... ROSETTA:Ma convien che mi ricordi, e che serri la finestra... suona l’Ave... l’Or di notte... Che me ne ricordi... ch’egli passa e canta: Fior di... di giunchiglia... no, ginestra... Ch’io la serri e mi ricordi... passa e canta: Cuor di... Cuor di... apri apri la finestra... E dorme già, tranquilla. La falce della luna in mezzo all’aria bruna ora sfavilla. Ai gravi tocchi dell’Avemaria ora è successo il doppio, un’allegria, un tintinno, un sussurro, un dondolar di tutto il cielo azzurro. Rosetta dorme... ed esce dalla chiesa tra quel festivo scampanìo che suona per lei che s’abbandona sul braccio del suo sposo e suo signore, del gentil muratore che sa tanti stornelli, e che l’ha presa. Escono dalla chiesa tra un odor di viole gialle ed un grande abbarbagliar di sole. LUI:Come sei bella così vestita! il filugello fila per te! LEI:Chi lo sapeva, cara mia vita, che fossi il caro figlio del re? LUI:Sempre era chiusa la tua finestra... LEI:E tu passavi... LUI:Dunque eri desta? LEI:E tu cantavi, Fior di ginestra... LUI:Sentivi? LEI:Il suono d’ogni tua pesta! LUI:Forse temevi... LEI:Chi ama, teme. lui Amavi... LEI:Ed ora m’hai persuasa. Lui:Non vedo l’ora d’essere insieme nella mia... dico, tua, nostra casa! Ci son colonne con le ghirlande d’oro: in cucina tutti i suoi rami lustri, puliti: sul letto grande una coperta, rossa, a fiorami. Specchi... LEI:Lontana par già la chiesa... LUI:Portiere... LEI:Il doppio par già lontano. LUI:E per cucire, sappi, t’ho presa una... una bella macchina a mano. LEI: E tira il vento, muove le foglie, e l’aria sente di primavera... LUI:Vorrei che in casa fossimo, o moglie... Vorrei che fosse molto più sera... E nella notte in tanto già queta e dolce si solleva un canto, ed entra a lei dalla finestra aperta; ma ella s’è tirato dietro il grave e soave uscio del sonno; sì che l’ode velato, così tra il sonno, come un’eco incerta: Lei:S’è fatto sera... s’è fatto tardi... Non odi il canto dell’usignolo? Oh! quella siepe...! Lascia che guardi: chi è che piange là solo solo?... Ferito... Quante formiche nere! È lui... N’è tutto nero... Chi fu? Chi l’ha ferito? Voglio sapere! tu? tu? ma dunque tu non sei tu... Rosetta ha tanta pena che si risveglia e... ode lo stornello ch’egli ripete, perché nuovo e bello, nella notte serena. LUI: Io veglio e canto come l’usignolo che su la siepe sta fino al mattino; che canta e veglia solo solo solo, ché teme esser ferito dallo spino: veglia, che la formica non lo colga, e teme che il vilucchio gli si avvolga: veglia, che la formica non gli dia, e canta, ahimè! per farsi compagnia. E Rosetta si leva e con la mano gli butta un bacio. Forse ella non crede d’esser veduta, ed egli sì, la vede; ché aperta è la finestra, e si vede brillare sui tetti e sui sentieri e su la via maestra la luna che fa lume volentieri, fa lume a tanti marinai del mare... desvper an svrsvm? |
| IL SOGNO DI ROSETTA Fu musicato dal maestro Carlo Mussinelli di Spezia, un cieco veggente; ed eseguito molto bene a Barga. Lo dedicai al genialissimo musicista con questa lettera: « Caro Mussinelli, voi siete un giovane aedo, quale un aedo di quell'Omero che tanto amate, dice a sé stesso: per gli dei e per gli uomini canto: sono maestro a me io, ché un dio m'ha sparsa nel cuore tutta una messe di canti... E voi assomigliate anche a un altro aedo omerico: a quello de' Feaci. E io? Io sono l'araldo, non più né meglio che l'araldo. Venne da presso l'araldo col cantatore diletto... che siete voi: invero tanto la Musa l'amò! e gli diede ed un bene ed un male: tolsegli il raggio degli occhi, gli diede la gioia del canto. E l'araldo pone all'aedo, in mezzo al convito, un seggio adorno di borchie d'argento (a dir vero, quello che io v'ho posto, non è un seggio o trono: è una sedia... di Barga); lo appoggia alla lunga colonna, e gli mostra come prenderla con le mani. Così, presso a poco, ha fatto l'araldo: e voi avete presa la cetra, e la Musa v'ha eccitato a cantare. E ora vi offro il vostro libretto... A dir meglio, continuo a tradurre il vostro Omero: presso l'araldo gli pose la cesta e la tavola bella: presso, la coppa di vino, da berne a seconda del cuore. A dir meglio, dunque, vi offro me stesso, qual ch'io sia, perché attingiate dal mio modesto ingegno "a seconda del cuore" ». |
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