Nuovi Poemetti

I filugelli

"Canto secondo"

 

I

Nati! Son nati nel tuo petto i semi!
Ah! che son bruchi, squallidi di pelo,
neri, infiniti! Ma tu già non temi.

Tu cauta e pia nel piccolo suo telo,
in un paniere, adagi il tuo tesoro;
e su vi spargi lievemente un velo

di foglie trite e di germogli d'oro.

II

Ché savio il gelso come se c'intenda,
ha messo a tempo. Ed ora ogni quattro ore
tu recherai la piccola profenda,

al lor presepe, nell'ugual tepore
della tua stanza; ed essi pasceranno.
Ma ecco, un dì, non toccano più fiore:

noia li prende; alzano il capo, e stanno.

III

Dormono. Or tu non romperai quel sogno
che forse fanno. Non portar più frasca;
ché non d'altro che d'aria hanno bisogno.

Un giorno; e par che il gregge tuo rinasca.
Par nuovo. E tu gli porgi qualche cima
fresca a cui salga il nuovo gregge, e pasca;

e lo tramuti dal panier di prima.

IV

Cerca tre volte tanta una canestra:
prendi i germogli con sur ogni foglia
appeso una branco, e ponili giù destra.

Tre volte tanto mangiano. E tu spoglia
per loro i rami e spicca verdi i germi.
Mangino. In capo de' sei dì la voglia

del cibo è queta: alzano il capo, e fermi!

V

Dormono. Il corpo a qualche cosa attorno
hanno legato con sottili bave
come di seta; e dormono un gran giorno.

Alfine ecco si svolgono dal grave
sonno, rifatti. Ed ecco a cento a cento
li cogli a un ramo, poni giù soave

in una stuoia il tuo cresciuto armento.

VI

Tre volte tanto brucano foraggio
così cresciuti. Ma tre volte tanto
verdeggia il gelso al puro sol di maggio.

Due rose aperte tu porrai da un canto.
Sognino nella stanza solitaria
d'essere in Cina, i bachi, e per incanto

errar sui gelsi tra il color dell'aria!

VII

Dormono... Ebbene: tristo sogno è il loro.
Ma no: vegliano, e sembrano, all'aspetto,
in doglia grande od a crudel lavoro.

Non vedi come il torvo capo eretto
per tutto un giorno dondolano stanchi?
Póntano i pie' di dietro, alzano il petto,

e di sé stessi escono puri e bianchi.


VIII

Ora in tre stuoie li porrai, né ora
più dalle rame sgrapperai le fronde.
Porgi la rama florida, che odora.

Non le hai deposte ancora, eccole monde.
Ma tu gli alunni muterai dal primo
letto, più volte, o almeno all'ultimo, onde

l'ultimo sonno non s'invii sul fimo.

IX

Dormono... O Rosa, siediti; ché giova.
Dormono alfin la grossa i filugelli
che tu tenesti, nel tuo seno, in cova.

Ma tu mondi olivagnoli, e fastelli
scuoti, di cesti; vieni e vai; ti spicci,
ti studi, entri, esci, apri, alzi, e sui castelli

tacita e grave stendi altri cannicci...

 

 

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