Nuovi Poemetti

Gli emigranti della luna

Canto terzo  - "Il sogno"

I

Scórsero i giorni; ancor le notti, a una
a una, sempre più stellate e scure;
e più tarda e più vana era la luna.

Ma quelli in sogno ecco prendean la scure
avanti l'alba. Erano, chi tra un denso
nebbione, chi su ventilate alture.

Chi s'arrestava avanti un mare immenso,
chi camminava, lungo un colonnato
d'enormi pini, tra l'odor d'incenso.

E non vedeva che a sé stesso il fiato
cerulo, ognuno, e s'ascoltava il gemito
arido, nel silenzio inabitato.

A pini e cerri i pionieri estremi
davan la scure per la lor capanna
e i nuovi aratri, e per la nave e i remi.

Quella, in un poggio, il tetto avea di canna
fiorita ancora. Questa, umida ancora,
nereggiava sotto alte iridi, in panna.

Ma tristi gli emigranti erano! Allora
uno di tronchi costruì l'altare.
E saliva un soave inno, all'aurora,

dallo scosceso Caucaso lunare.


II

Due, la fanciulla e il giovane che amava,
ecco non più si videro. Interrotte
n'erano l'orme a un tondo orlo di lava.

Vicino al Lago, essi, dei Sogni, in grotte
azzurre, orlate d'ellera e vilucchio,
vivean felici. V'era anche la notte,

presso quel Lago! Era lor letto un mucchio
d'alghe e di felci; e li addormiva il vago
sogno dell'acque e il fievole risucchio.

Presso il Lago dei Sogni, c'era il Lago
dei Morti; e niuno ardìa venirci. Alfine
erano soli. Il loro cuor fu pago.

E i morti? Ebbene, anime pellegrine
anch'esse, anch'esse giunte là dal lido
terrestre, buone e tacite vicine...

non s'udiva che un loro esile strido
di notte, come già sotto le gronde
a notte buia il pigolìo d'un nido:

lo strido, ch'uno chiama uno risponde,
allor che spunta dalle cime, ed erra
nel cielo azzurro, e tremola sull'onde

azzurre, come un grande astro, la Terra.

III

Tutti felici! V'era solo Dio
lassù. Poneano nel lor campo un sasso,
poneano un segno al lor canotto: È mio!

Ma non premeva le lor vie, che il passo
di miti renne. Il lor tranquillo mare
solo sentiva remigar lo svasso.

Le donne al Mare senza l'acque amare
soleano andare all'acqua; ma lontano
gli uomini in pace le sentian cantare.

La vecchia fame li rodea... ma il grano
c'era, ma gialle non avea le reste;
ma già prendeano le falciole in mano.

Il vecchio freddo li pungea... la veste
c'era: in dosso alle renne era tuttora.
La legna c'era, ma nelle foreste.

E non c'è dì senz'alba, e l'alba è l'ora
più bella; e senza fiore non c'è frutto,
e il fiore è bello, il fiore è il più che odora.

Ed è bello ogni boccio, anche s'è brutto...
Sì; ma il lor mondo, più vicino al dì,
era una falce, un'unghia, un filo... e tutto

in una luminosa alba vanì.

 

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