Odi

La piccozza

Da me!… Non quando m’avviai trepido
c’era una madre che nel mio zaino
ponesse due pani
per il solitario domani.

Per me non c’era bacio né lagrima,
né caro capo chino su l’omero
a lungo, né voce
pregnante, né segno di croce.

Non c’eri! E niuno vide che lacero
fuggivo gli occhi prossimi, subito,
o madre, accorato
che niuno m’avesse guardato.

Da me, da solo, solo e famelico,
per l’erta mossi rompendo ai triboli
i piedi e la mano,
piangendo, sì forse, ma piano:

piangendo quando copriva il turbine
con il suo pianto grande il mio piccolo,
e quando il mio lutto
spariva nell’ombra del Tutto.

Ascesi senza mano che valida
mi sorreggesse, né orme ch’abili
io nuovo seguissi
su l’orlo d’esanimi abissi.

Ascesi il monte senza lo strepito
delle compagne grida. Silenzio.
Ne’ cupi sconforti
non voce, che voci di morti.

Da me, da solo, solo con l’anima,
con la piccozza d’acciar ceruleo,
su lento, su anelo,
su sempre; spezzandoti, o gelo!

E salgo ancora, da me, facendomi
da me la scala, tacito, assiduo;
nel gelo che spezzo,
scavandomi il fine ed il mezzo.

Salgo; e non salgo, no, per discendere,
per udir crosci di mani, simili
a ghiaia che frangano,
io, io, che sentii la valanga;

ma per restare là dov’è ottimo
restar, sul puro limpido culmine,
o uomini; in alto,
pur umile: è il monte ch’è alto;

ma per restare solo con l’aquile,
ma per morire dove me placido
immerso nell’alga
vermiglia ritrovi chi salga:

e a me lo guidi, con baglior subito,
la mia piccozza d’acciar ceruleo,
che, al suolo a me scorsa,
riflette le stelle dell’Orsa.

NOTE


LA PICCOZZA
Fu pubblicata il settembre del 1900, nelle nozze di Margherita figlia del conte G. Codronchi Argeli. Niente di meno adatto, che questa ode, io potevo offrire a quel personaggio, che in vero, ministro per breve tempo dell'istruzione, mi aveva nominato professore di lettere latine nell'università di Messina. Egli, se mai altri, mi aveva pôrta la valida mano per salire: quella volta io non aveva fatto da me!
Però, anche in un altro senso io non aveva fatto da me: non avevo chiesto. Qualche giorno prima della nomina il nuovo ministro mi aveva detto battendo su qualche mio volume che teneva sul banco: Io la conosco. Era un ministro che leggeva e sapeva, il buono e fiero gentiluomo di Romagna, nella cui casa ogni studio liberale ha degno luogo.
Io dunque devo quel mio decisivo promovimento a questa nobile consuetudine che non è ancora cessata nei nostri uomini di Stato, e che fu ed è di molti d'ogni regione, ma forse più particolarmente di romagnoli, marchigiani e toscani. Ricordo, per citare un esempio di viventi e uno per ognuna di queste regioni, Gaspare Finali, Filippo Mariotti e... (affronto la taccia di adulazione per ricordare a colui che dirò, che anche la scuola italiana da lui aspetta non poco) Sidney Sonnino. Ma la consuetudine dei buoni studi non sarebbe bastata a richiamare su me l'attenzione del ministro, se non ci fossero state in quella casa voci alte e gentili di bellissime fanciulle a parlare al loro padre del poeta romagnolo. Così allora intravidi, così presentii. Dovevo e debbo provarne quasi vergogna? Di quelle gentildonne una è SFINGE, vale a dire una delle più colte, più ingegnose, più ardenti scrittrici italiane. Un'altra era – era! – Margherita.
Dal XII decembre del 1903 Margherita non è più. E io nel ristampare l'ode che avevo pubblicata nelle sue nozze, poco più di tre anni avanti la sua morte, chiedo perdono all'anima gentile di non aver cinto la sua fronte di più vive fronde, di più immarcescibili fiori. Ornerebbero adesso il suo sepolcro, e sarebbero bagnati dalle lagrime di suo padre!
Oh! il padre ora non piange più! Il suo dolore s'è addormentato con lui, per sempre. (Aggiunto nella 2a edizione).
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