Odi

L' aurora boreale

Ai miei primi anni… infermo ero e lontano
da tombe amate… udivo dei compagni
il suon del sonno, uguale e piano,
sommosso da improvvisi lagni;

e, solo, e come chi non sa se giunga
mai, troversava con il mio martirio
io tutta l’oscurità, lunga,
con, sopra, il fisso occhio di Sirio.

E nella notte giovinetto insonne
vidi la luce postuma, lo spettro
dell’alba: tremole colonne
d’opale, ondanti archi d’elettro.

E sotto i flessili archi e tra le frante
colonne vidi rampollare il flutto
d’un’ampia chiarità, cangiante
al palpitare del gran Tutto.

Ti vidi, o giorno che dalla grande Orsa
inopinato esci nel cielo, e trovi
le costellazïoni in corsa
dirette a firmamenti nuovi!

Ti vidi, o giorno che su l’infinita
via delle nebulose ultime e sole
appari. M’apparisti, o vita
che splendi quando è morto il sole.

Un alito era, solo, per il miro
gurge, di luce; un alito disperso
da un solo tacito respiro
e che velava l’universo:

come se fosse, là, per un istante,
immobile sul sonno e su l’oblio
di tutti, nella sua raggiante
incomprensibilità, Dio!

NOTE

L'AURORA BOREALE
Fu nel 1870, a Urbino. Parve, quella meteora, il riflesso del sangue che si spargeva sui campi della Francia invasa. Quale scossa ebbe allora la gente latina, sebbene per le disfatte francesi noi riavessimo Roma! Ricordiamocene in questo momento in cui il ciclo sembra un'altra volta rosseggiare! Si fa ogni giorno più manifesto che bisogna allargare il concetto di nazione a quello di razza. Pensiamo che Tunisi, per esempio, fu conservata alla latinità, come Cuba alla latinità fu tolta.

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