Odi

Nel carcere di Ginevra

... Dormi, – parlò – figlio dell’uomo ignoto?
dal tuo delitto erri lontanto? hai morso,
per non tornarvi, al dolce fior del loto?

Dormi? Oh! lontano tu sei già trascorso.
Nel sonno oscuro il tuo pensier calpesta
suolo senz’eco e vie senza rimorso.

Non m’odi? Io pendo sopra la tua testa;
busso al tuo cuore taciturno e vuoto.
Sai chi ti chiama? sai chi ti ridesta?

Odimi: sono il padre tuo, l’Ignoto.

II

Son io che uccisi, forse; io non veduto;
sì; io che piango a capo del tuo letto
e che parlo nel tuo carcere muto.

Piangiamo insieme. M’odi? Eri un reietto,
un solitario nella dura via;
andavi senza pane e senza tetto

e senza nome; e della legge pia
non t’accorgesti che per le catene;
e la tua patria t’intimò: Va via!

anche tua madre, Va! ti disse... Ebbene?

III

Eri – suprema gioia – eri innocente!
potevi dir tendendo le tue braccia:
«Voi tristi, io buono; e voi tutto ed io niente!

Perché lo soffro, non perché lo faccia,
conosco il male; e voglio che non resti
del vostro male nel mio cor la traccia:

io v’amo!» Eri innocente, eri dei mesti
di cui far bene è non dover, sì gioia:
eri la dolce vittima; volesti

essere... sciagurato, essere il boia!

IV

Qual tesoro di pianto non deterso
e non veduto, di superbo pianto,
hai con un’ebbra voluttà disperso!

hai rinnegato quel dolor tuo santo,
che venne teco a tanta via, che pure
ti si sarebbe addormentato accanto!

hai disertato dalle tue sventure!
hai voluto tiranno essere e reo!
perché l’hai tolto a qualche regia scure

il ferro per il tuo pugnal plebeo.

V

Tuo focolare era il dolor del mondo,
o senza tetto! Uscisti: il tuo pugnale
cercò, cercò, con odio vagabondo.

Ma tu dicevi, nell’andar fatale,
vedendo il pianto in ignorate ciglia:
«Tu mi sei sacro per il pane e il sale:

ave, infelice della mia famiglia!
conosco il segno che non si cancella:
va!» ?... No: con l’arma che gocciò vermiglia

passasti il cuore d’una tua sorella!

VI

D’un’infelice!... Oh! la sua reggia? Niuna
la invidïò, che presso il fuoco spento
pure ci avesse un tremolìo di cuna.

Niuna il suo trono invidiò, che il lento
figlio aspettasse, tuttavia, lunghe ore,
nell’abituro battuto dal vento.

Niuna mutato il suo pur mesto cuore
col cuore avrebbe, che tu hai trafitto;
niuna, nel mondo in cui si piange e muore;

fuor che tua madre, dopo il tuo delitto!

VII

Or ella ha pace, e tu non l’hai: ti sento
gemere, o figlio. E sorge una lunga eco
nel cavo sonno al tacito lamento.

Tu non lo sai, quel sangue, più, nel cieco
errare: incontri i sogni che lo sanno;
ed un eterno calpestìo vien teco.

O nell’immoto sonno ombre che vanno!
Io piango, o figlio, sopra il tuo destino;
piango per ciò, che non t’uccideranno,

ti lasceranno vivere Caino!

VIII

Son io che uccisi forse; io che da’ lidi
lontani, senza disserrar le porte,
venni, e ti parlo; e piango, perché vidi.

Vidi dall’alto, vidi dalla morte:
da quel supremo culmine del vero
tra voi non vidi il grande, il ricco, il forte,

re, plebe. Vidi un formicolìo nero
di piccole ombre erranti per le dune,
e ne saliva dentro il cielo austero

un grido d’infelicità comune.

IX

Tutti mortali – oh! tu lo sai! lo vuoi!
c’è, mancando la gran falce, il pugnale
piccolo! oh! sempre si morrà tra voi! –

tutti infelici! Che se c’è chi sale
e chi discende in questo fiottar lieve,
l’acqua ritorna, con la morte, uguale.

E l’odio è stolto, ombre dal volo breve,
tanto se insorga, quanto se incateni:
è la piet. che l’uomo all’uom più deve;

persino ai re; persino a te, Lucheni.

 
- Seguente

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