I
Io stavo qui nella mia tomba, vivo.
Era gran tempo che ogni giorno, ogni ora,
tra me e me la mia morte morivo.
Oh! il negro avrebbe uccisa anche l’aurora!
perché sapea che l’uomo rosso appunto
al rosseggiar del cielo esce, e lavora.
Tutte le notti sopra lo strapunto...
oh! freddo come il ferro, come il mio
coltello nudo, un uomo nudo e smunto
sentivo accanto a me: l’altro, quel ch’io
avea freddato. E io sbalzavo anelo
dal sonno, ed ecco che quell’altro ero io!
M’aveva, sì, tutto attaccato il gelo
della sua morte. Ed ero vivo, e fissi
tenevo gli occhi al rosseggiar del cielo;
se un fiato, un passo, un moto, un crollo udissi
su la mia testa, uno stridio leggiero
di chiavi, uguale ad un fragor d’abissi...
Oh! tutti i giorni! E tutti i giorni invero
sentivo qualche scossa, qualche rombo,
e tremar volte, e brandir porte... E il nero
della mia pelle si facea di piombo.
II
Un mattino, io credei morto il domani!
Io non sapevo, avvinto alla catena,
che sfregar lento, su e giù, le mani;
dove parea fosforeggiar la vena...
od una macchia. Dalle quattro oscure
pareti io vidi la gran piazza, piena.
Col viso giallo al sole eran figure
nere attorno ad un palco: erano attente
a un uomo assorto nel provar la scure.
Tra il ceppo e il filo, sì sottil, no, niente
c’era per anche. E già quel colpo ghiaccio
succhiava il sangue a tutta quella gente.
Ecco... risonar passi, un catenaccio
stridere, aprire un poco l’uscio, a un poco
di luce entrar la lunga ombra d’un braccio...
quando uno scroscio, un lampo udii di fuoco,
un crollare, un girar tutto in un’onda,
gli urli di tutti in un sol urlo fioco
come d’un solo... E, come fosse fionda,
la mia catena mi rotò con sé,
e scagliò. Nella oscurità profonda
intesi: – Negro, lascia fare a me!
III
Io sono, negro, la Montagna Calva,
io sono il caso, io sono il dio più forte,
che gli altri uccide, ma che te, ti salva.
L’ebbero, negro, l’ebbero la morte!
O negro, uccisi il giustizier sul palco,
uccisi il carcerier dietro le porte.
Il cuor t’alia nel petto come un falco
inchiodato. Sta su! Guarda, se vuoi
le genti armate col mio piede io calco.
La tua sentenza... la bruciai co’ tuoi
giudici. Il tuo delitto... io lo soppressi.
Non lo sappiamo ch’io e tu: tra noi.
Non temer più. Perché più non temessi
de’ tuoi nemici, negro, uccisi tutti:
se avevi amici, negro, uccisi anch’essi.
Coi sassi intorno li inseguii: con flutti
di fango, fiati di veleno, fiumi
di fuoco: altri sepolti, altri distrutti.
Non c’è più sangue, se non arso, in grumi.
Di tanti cuori, batte ancor sol uno.
Non c’è, di bocche, che la tua che fumi.
E la mia. Negro, non c’è più nessuno –.
IV
Parlò con nella gran voce i tripudi
del fuoco interno. E tacque. Io gli occhi affissi,
su, nella taciturna solitudine:
all’alta notte appesi il cuor, se udissi
più voce d’uomo, urlo di fiera, volo
di mosca. Tutto, se tacean gli abissi,
taceva. E il monte riprendea: – Figliuolo,
è morto il mondo, l’uomo, il topo, il ragno,
il tempo, tutto. Siamo in due. Sei solo.
Non c’è più palco, più città, più
bagno;
la scure io fusi, io fransi le catene –.
Io risposi: «Oh! se avessi uno a compagno!»
E il monte: – Non hai me? – «Quel dalle vene
vuote, il mio uomo, accetterei pur quello».
E il monte: – Quello, non fui io, sai bene! –
«Oh! basterebbe al negro ora sol quello».
– Ma... stava in te! Se aprivi un po’ le dita... –
«Oh! che il negro non vuole altri che quello!»
– Io do la morte, non ridò la vita –.
«E dà la morte ancora a me!» Ben sai
che pur fo questo, se non mi s’invita;
ma non, per questo, egli vivrà più mai –.
V
Io, sì, vivevo; ma sol io, confuso
del mio strisciare, io solo, ancora; io ero
l’unico verme d’un sepolcro chiuso.
E il sonno della morte era leggiero
agli altri, più che a me la vita. O peso
di due morti, non una, entro il pensiero!
Quello a cui prima il sangue avevo io preso,
era il più queto. Egli tra l’erba folta
fu, prima dell’atroce ora, disteso.
Avrei voluto sussurrargli: «Ascolta:
io t’ho rubato qualche giorno appena!»
Ma sì! per fin la tomba era sepolta!
E la Montagna Calva, con la lena
continua del suo polso indifferente,
sperdeva in aria un alito di rena;
pioveva giù le sue ceneri lente:
male che segue lento la sua sorte,
quand’anche il cuore donde uscì, si pente:
pioveva giù le sue ceneri morte:
male che avanza al triste odio che fu:
male che mena strazio oltre la morte,
quando quel cuore non palpita più.
VI
Diceva: – Avete tra la notte e il vento
un lumicino d’anima che brilla
per gli altri e voi, ma ch’ad un soffio è spento.
Avete, dentro, qualche calda stilla
di sangue, che, per nulla, ecco, agghiacciato
vi serra il cuore e ferma la pupilla.
E prevenite il turbine del fato!?
La vita che spengesti, si freddava,
tu lo vedi, da sé, senza il tuo fiato...
O negro, soffia sopra la mia lava! –