Odi

Ad una ròcca

Chi te, non grave scettro, bello, aureo,
diritto, col tuo boccio colmo,
tessé di bionda paglia e di porpora,
nell’aia, all’ombra del grande olmo;

nei mesti giorni, che arrugginiscono
le foglie, e il sole già si vela;
che insegna e fregio fóssi sul candido
corredo e l’odorosa tela?

Nei giorni dolci, che i bovi e gli uomini
e il sole, alfine un po’, riposa;
per esulante vergine, o vergine
giungente nuova all’uscio sposa,

chi te, già prima, solingo e tacito,
traendo la sorrisa bocca,
formò di curve lucide gretole
sul gambo d’avellano, o ròcca?

Te fece in una rupe d’un’isola,
solingo oh! sì, tacito oh! come,
uno chiamato sempre per numero,
un prigioniero senza nome,

ne’ suoi brevi ozi, quando gli attoniti
occhi velava la sua pena,
e come un lungo serpe all’immemore
dormiva ai piedi la catena.

Oh! aie bianche nel plenilunio,
spiranti vecchio odor di grano!
Oh! rare e grandi fiere del prossimo
villaggio, allor così lontano!

Oh! pioppi ed olmi, donde al crepuscolo
si sfoglia e guarda, e si stornella,
mentre apparisce la prima ed ultima
del cielo, l’aurea stella bella!

Dal raggio rotto tra i ferri il misero
dannato declinava gli occhi,
e te, lavoro solo suo libero,
si rivedeva sui ginocchi;

e riprendeva le paglie e i tenui
tuoi fili ripensando i grilli
del focolare striduli e il fremere
de’ turbinosi verticilli...

Filano. Ancora filano. Filano
ancora, al fuoco, quelle donne,
o ròcca, ad altre ròcche. Le vergini
son ora madri e bianche nonne.

Nessuna l’uomo sa più che ad essere
né esser più l’uomo condanna;
né quella, ch’eri per lei, che inconscia
là fila ad una vecchia canna.


30 luglio 1910.

 
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