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Maria,
dolce sorella: c'è stato un tempo che noi non eravamo qui? che
io non vedevo, al levarmi, la Pania e il monte forato? che tu non udivi,
la notte, il fruscìo incessante del Rio dell'Orso? Il campaniletto
di San Niccolò, bigio e scalcinato, che mi apparisce tra i ciliegi
rosseggianti de' loro mazzetti di bacche, e i peri e i meli; quel campaniletto,
c'è stato un tempo in cui non lo sentivamo annunziare la festa
del domani? Din don... Din don don... Din don don... Non fu quel prete
smunto e cereo, che viene su per la viottola col breviario in mano,
non fu esso il rettore che ci battezzò? non era Mère il
buon contadino che ci rallegrava fanciulli col suo parlare a scatti,
coi suoi motti e proverbi curiosi? "Il cane fa ir la coda, perché
non ha cappello da cavarsi": ecco una sua osservazione sottile
a proposito del nostro Gulì. E quel fringuello che canta così
da vicino il suo francesco mio e il suo barbazipìo, non è
stato sempre così vicino? Non li abbiamo sentiti sempre quei
più minuti e più confusi e più teneri chiacchiericci
dei cardellini? Quelle verlette (sono venute da poco a portare il caldo),
quelle canipaiole (vennero quando c'era da seminar la canapa; vennero
a dirlo ai contadini), che sembrano ninnare i loro nidiaci con una fila
di note sempre uguali; tonde, in gorgia, le prime, limpide e veloci
e tristi come un lamento di piccolo, le altre; non le abbiamo sempre
avute nella nostra campagna? E non abbiamo sempre udito cantar gli sgriccioli,
che hanno tanta voce e sono così piccini? gli sgriccioli che...
Parlano romagnolo? Dicono magnè, magnè, magnè!...
E quei balestrucci che strisciano intorno per l'aria coi loro scoppiettìi
rapidi e sonori, non li abbiamo sempre avuti nella nostra casa? C'erano
anzi, negli anni passati, anche le rondini, quelle che hanno il pettino
rugginoso, non bianco, e la lunga coda biforcuta, e il canto più
soave e più parlato; ma ebbero che dire con queste loro rissose
sorelle del pettino bianco; e se ne sono andate. Ce n'è qualche
nido sotto il tetto della chiesa, in un luogo molto ombroso e solitario.
Sentono cantare i vespri e le litanie da una parte; dall'altra frusciare
il Rio dell'Orso. Vivono in gran ritiro, come pensose ancora, nel loro
appartato sfaccendare, d'una sventura domestica e comune, toccata là,
nelle isole lontane. O rondinelle dal petto rosso, o rondinelle dal
petto bianco, se poteste andar d'accordo! Le une e le altre io vorrei
torno torno sotto le mie grondaie, e vorrei avere tutto il dì,
mentre sto curvo sui libri, negli occhi intenti ad altro, la vertigine
d'ombra del vostro volo! Mi fate tanta buona compagnia già voi,
bianche. Io non so che cosa succede stamane. Ho sorpreso una viva conversazione
familiare dentro un nido. C'erano pigolìi e strilli. Qualcuno
alzava la voce. E ne siete usciti in tre o quattro. Che si è
deliberato nella capannetta sospesa, che forse è la residenza
del capo-tribù? forse l'impianto di nuove case? Fate pure. E
buona caccia! Le mosche abbondano quest'anno, come sempre. A proposito:
si chiede a che servono le mosche. Chiaro, che a nutrir le rondini.
E le rondini? Chiaro, che a insegnare agli uomini (perciò si
mettono sopra le loro finestre) tante cose: l'amore della famiglia e
del nidietto. La prima capanna che uomo costruì, di terra seccata
al sole, alla sua donna, gli insegnò una coppia di rondini a
costruirla. Ciò fu al tempo dei nomadi. Le rondini viaggiatrici
insegnarono all'uomo di fermarsi. E gli dettero il modellino della casa.
Solo, l'uomo lo capovolse. Ma questa voce che è? un rotolìo che mai non finisce, come d'un treno che non arriva mai. È il Fiume, cioè il Serchio. Di', Maria, dolce sorella: c'è stato tempo che noi non s'udiva quella voce? Oh! sì: belle Panie aguzze e taglienti, bel fiume sonoro, cari balestrucci affaccendati, care verlette, care canipaiole, cari reattini, caro campanile; sì, c'è stato quel tempo che noi non si viveva così da presso. E se sapeste, che dolore allora, che pianto era il nostro, che solitudine rumorosa, che angoscia segreta e continua! Ma via, uomo, non ci pensare: mi dite. Ma no, pensiamoci anzi. Sappiate che la dolcezza lunga delle vostre voci nasce da non so quale risonanza che esse hanno nell'intima cavità del dolore passato. Sappiate che non vedrei ora così bello, se già non avessi veduto così nero. Sappiate che non godrei tanto di così tenue (per altri!) materia di gioia, se il martòro non fosse stato così duro e così durevole e non fosse venuto da tutte le possibili fonti di dolore, dalla natura e dalla società, e non ne avesse ferito tutte le possibili sedi, l'anima e il corpo, l'intelligenza e il sentimento. Non è vero, Maria? E benedetto dunque il dolore! Perché in ciò riconoscere un atroce sgarbo della matrigna Natura, che il poco bene che ci dà, ci dia solo a patto di male? Io dico parola più giusta. Io dico: O madre Natura, siano grazie a te che anche dal male ricavi per noi il bene. Noi, mansueta Maria, abbiamo a lungo camminato per l'erta viottola del dolore, e ci siamo anche stancati, o Maria, molto; ma la passeggiata ci ha dato un giovanile appetito di gioia. Sì, che anche una crosta ammuffita e una scodella di legumi sono buon cibo alla nostra fame. Ricordiamo, o Maria: ricordiamo! Il ricordo è del fatto come una pittura: pittura bella, se impressa bene in anima buona, anche se di cose non belle. Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo. Quindi noi di poesia ne abbiamo a dovizia. Potrò significarla altrui? Aspettando i «Canti di Castelvecchio» e i «Canti di San Mauro», il presente e il passato, la consolazione e il rimpianto, aspettando questi canti che echeggiano già così soave nelle nostre due anime sole; leggi, o Maria, anzi rileggi questi poemetti......(continua) |
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