| Poemi del Risorgimento |
NAPOLEONE |
||
I. Ora egli è solo, tra le lontane acque, sul borro solo. A che vegliate in armi guardando lui dal Bosco della morte? Veglia a’ suoi piè l’Oceano, lo guarda l’Oceano insonne che notturno canta per non dormire, ed asseconda l’onde, alterne, eterne. E l’uomo solo ascolta il canto e quindi il respirare uguale del suo custode steso sulla soglia rotta, e ne sente l’umido alito acre, dalla invisibile isola, fumosa d’accavallate nubi oscure. Era per lui quell’isola da quando. spuntò sull’ampio ondeggiamento azzurro, unica. E il grande Spirito che ancora irrequieto errava là, sulle acque, vi s’avventò, stette anelando in guato cinto di nubi, tra le bronzee rupi. Esso attendeva l’Unico: chi fosse per dire, nate non trovando ancora le sue parole, – Io, come Dio, sono io –, l’uomo promesso da che, dopo un grande scheggiar di selci, uscì dall’antro il bruto brandendo la sua prima scure. Italia a lui fu madre. Essa lo fece del suo granito dentro i suoi vulcani. Per tre millenni lo portò nel grembo. L’anime in una ella fondea dei grandi Cesari, in una Parte le sue Parti crudeli, il ferro degli Sforza e il ferro dei Buonarroti, tutte l’arti e l’armi. Poi, pieni i tempi, ben temprata al gelo l’anima, in sella lo levò, gli pose le dee Fortuna e Guerra alle due staffe, gli pose il sogno, in mezzo al cuor, di Dante, e grave gli mormorò: Va! II. La nera Terra lo attendea, tremando già del portento. Ora credè vederlo uscir col capo di sparvier da templi invasi d’ombra e di pensose sfingi, ora passar con mille carri d’oro con suvvi gli archi di barbari arcieri, ora con infiniti dromedari rigar le solitudini sabbiose fulve di sole, ora venir tra un muglio di bovi immenso, qual se al mondo un solo gran mandrïano ormai parasse tutti gli armenti e tutti gli armentari. Non era ancora. O forse era il divino efebo cinto d’ellera che apparve novello eroe con la peliade lancia, or con la cetra or con la face in mano. E no. Forse il Quirite era incedente al misurato passo dei triari, e poi sedente sull’eburnea sella imperïoso pacificatore. Ma no. Non era il re chiomato assiso appiè dell’olmo, l’orifiamma al vento, e giganteschi attorno con le spade ignude i dodici suoi pari. Ma quando uscì dall’isola selvaggia piccolo, e parve scialbo e glabro in sella; con gli occhi vuoti, vitrei, coi lunghi capelli lisci, simile a nessuno; ed ella udì che ad ogni sosta ansante del suo cavallo rimbombava il tuono: – Sei tu – gridò la nera Terra – alfine! Dimmi il tuo nome! – Ed ella intese il nome dove la fiera si mesceva al dio, donde sonava l’inno dell’eterna cetra del cielo puro ed il ruggito della deserta immensità. III. Ora egli è avvinto all’isola lontana che sola spunta di tra le grandi acque; che, sola tra la serenità calma, è di perpetue nuvole involuta; come se imperversasse una tempesta là, vorticosa, interminabilmente; una tempesta pallida e segreta, incominciata all’albeggiar del mondo. Tutte le nubi erranti per quel cielo dagli alisei sono parate, a branchi, là, con assidui sibili, e son chiuse tra mura d’invarcabile aria. Sbalzano su, rotolano le nubi, s’urtano, vanno per fuggir dal chiuso, calano per vanire entro i burroni, s’alzano per oltrepassar li scogli, strisciano a terra: invano, perchè il vento pur le riprende; e, reduci, le vane lagrime loro versano sul caldo suolo che fuma. Tornano alle nubi le loro vane lagrime, che ancora piovono in terra. E sempre in volta il vento con lunghi assidui sibili minaccia nella penombra solitaria. È l’invisibile isola dei morti, tutta fiorita d’aridi elicrisi. Nè luce v’è nè buio. Una muffita nebbia nasconde il popolo dei sogni. Vi sono sterili alberi, curvati come a fuggire; ma li tiene il suolo disvincolanti. Fuggono le navi a vele aperte, tutte per un rombo. L’hanno veduto. Tra lo stridìo lieve, come d’uccelli, delle pallide ombre, volgendo gli occhi in giro, il suo fantasma, nel mezzo, nudo l’arco, sta. IV. Ma dall’ignoto Spirito sferzate corrono a lui le riluttanti nubi, strisciano appiè di lui, sorgono a un tratto, lo velano, lo celano. È sparito sotto la pioggia fumida, sparito nel grembo grigio. Nè baleno guizza mai da due nubi frante che divida l’oscurità. Niuno lo veda! Niuno veda la fronte cupa, niuno veda quegli occhi tristi, i tristi occhi veglianti, come due tristi uccelli della notte, sul suo terribile sorriso. Non lampo mai; nè mai rimbomba il tuono seguace; ch’altri non lo creda il tuono della sua secca chioccia bronzea voce, usa a guattire sola tra il silenzio di cupi pallidi uomini e il sommesso loro anelare; ch’altri mai non pensi che dalla tacita isola dei morti, d’oltre l’Oceano e il popolo dei sogni, sia quella voce che di tra l’eterna penombra, sopra il sonno delle genti, sul mondo forse immemore, passando, scoppi e si franga all’improvviso, e chiami e scuota, e susciti nel mondo squilli di trombe, rulli di tamburi, scroscio di marcie, suon di ferro, strido di ruote, èmpito e ringhio di cavalli, polvere e fumo, e grandinar di palle, scintillar d’armi, e rombo di cannoni, assalti, fughe, mura umane, stagni di sangue umano: ululi d’odio, strazi di pianto, un pianto immenso, un campo immenso che piange, tutto un piangere di madri; e fuoco, sangue, orrore, morte; e un grido solo: L’Imperatore è là! V. Or tra gli smerghi e l’aquile marine è là, celato; e raro e breve il sole s’affaccia e getta, per vederlo, un raggio: chè brama il sole di veder quel pari a sè terrestre; chè anche il sole è solo. Guarda, e si cela. E non appena il giorno egli ha compiuto, subito nel buio precipita, nè roseo s’indugia nella soave ora crepuscolare a consolare il cielo d’una blanda chiarità ampia che si muta in ombra, così, più dolce che la luce. No: ch’egli, come il simile terrestre, precipita. Se non è dì, sia notte. E rare a notte vengono le stelle vergini, vengono all’Ignoto ignote, la Croce insieme e la Corona australi, per veder l’uomo che nella sua mano tenne il timone dell’opaca Terra e volle unico reggerla sul mare del rezzo eterno. Cercano le stelle quell’Orïone cacciator di fiere, armato d’oro, cercano quel nuovo divino pùgile Polluce. Avea lottato, il Pùgile, con Dio! Avea ghermito una sua stella a Dio! Volea rapire una sua stella errante! la nera Terra! E l’altre stelle erranti già ne’ lor pii crepuscoli il pianeta vedean, tremando, prigionier d’un uomo; vedeano rosso al placido orizzonte spuntare il globo, vario di grandi ombre, soffuso forse, ogni dì più, di sangue; nel cielo ancora ma non più del cielo. Empia e sicura al non tuo cielo, o Terra, montavi lentamente su. VI. L’anima egli era, e tutto il mondo, il bruto. Soltanto braccia egli chiedeva, e l’ebbe. Fu come il Brahma, a cui sporgean dai lati mille migliaia di guizzanti braccia, mille, di mani, ognuna d’esse un ferro. Nè città v’era nè deserto al mondo, nè tempio augusto, nè sublime reggia, nè foro nè castello nè ruina; o dove nasce o dove cade il sole, a sud, a nord; sopra la cui parete non apparisse; alfine un giorno, l’ombra adunca d’una sua gran mano. Egli era dio d’un proprio suo diviso regno di dio. Per tutto egli era, e tutto. Ne ripeteva, paventando, il nome l’eco dei monti e la marea dei mari. Empiano i suoi migranti padiglioni le nivee steppe e le assolate arene. Gittava al Tutto egli le braccia armate, calmo, dal perno, e tra lo scatto enorme, tra l’infinito riscintillamento delle sue braccia, si vedea quel mezzo Sorriso breve cui covava eterna la sua tristezza di Titano. Ed egli volle un vicedio ch’eterno, per il dio triste, sorridesse al mondo. Volle, e compose un idolo fasciato di bianca seta, rilucente d’oro, aspro di gemme, gli occhi pii, le labbra sottili, aperte sempre al dolce assenso. E lo vegliava, chè dovea placare gli uomini a Dio, con la gemmata mano benedicente, e gli uomini pregare per l’immortale. Ond’egli cupo in vista mostrava il placido idolo alle torve inginocchiate sue tribù. VII. Altri al timone siedono del mondo. Son mozze alfine le sue mille e mille e mille braccia, e guizzano per tutto, cadute a terra, le convulse mani cercando il ferro. Egli nell’aria fosca leva, stillanti sangue, i moncherini. È chiuso là nell’isola deserta tra le grandi acque, che l’attendamento de’ re terrestri il suo dolor non turbi con l’alte grida. Sullo scoglio assiso forse nel mar tuffa le braccia, e lava le innumerabili ferite. Credono i re di udire la selvaggia querela atroce, l’aspro grido acuto ch’egli dal lido getti alle fuggiasche vele atterrite. No; ch’ei tace, o parla soltanto a smerghi ed aquile marine. Ei siede e tace, mentre sull’Oceano purpureggiante le sue braccia affonda. Tace ed assiduo, tra la nebbia, lava il sangue inesauribile che sgorga dai milïoni delle braccia, il sangue che sgorga dalla pallida sua vita, di milïoni d’altre vite. Non è fragore ondoso di risacca alla scogliera, non è vento urlante nei boschi morti, non tempesta in mare che l’isola urti, e sciacqui nell’abisso. È lui che sparge sopra sè l’immenso Oceano rosso, per lavare il sangue. A grandi ondate abbraccia il mare, e tutto l’attira a sè. Cupo silenzio è intorno. Là, nell’oscurità caliginosa, vedono l’ombra del ferito immane i brevi re, tremando ancor dell’uomo ch’è tutto ancora, e non è più. VIII. Anch’egli vede nella lontananza perduta, un altro, indissolubilmente, tra l’acqua e l’aria, a’ suoi travagli avvinto. Lo vede: egli solleva alte le braccia. Egli sostiene il polo sulle spalle, del cielo, ed allontana con le braccia dal capo suo le costellazioni, e la marea mugge a’ suoi piedi infranta. Passano lente sopra lui le ruote del Carro, e geme sotto lui l’Abisso, e lungo lui scrosciano andando i fiumi alle voragini profonde. Ed anche un altro ei vede: una vedetta, stante, ed insonne, e immobile, sospesa al duro scoglio, attraversato il petto dal cuneo lungo di mordace acciaio, serrato da infrangibili catene l’un piede e l’altro a due lontane rupi. E tra i due piedi passano le navi, ch’egli insegnò; chè diede all’uomo il fuoco delle cento arti e delle cento morti. Ora egli sta, nè più goder del bene può nè vietare il male, avanti il riso innumerevole dell’onde. E solo, come i due Titani, è il nuovo venuto, solo tra sè stesso e il mondo. L’onde che s’accavallano spumando sulle ginocchia al reggitor del cielo, intorno ai ceppi al rapitor del fuoco, son quelle dove tuffa le sue braccia inutile l’uomo. E il suo pensier soggiace all’universo, ch’egli può, l’invitto. Ma il triste cuore e il fegato, rombando nella penombra con le sue grandi ali, a lacerarli senza fine scende l’imperïale aquila giù. |
||
|
Torna all'inizio |