| Poemi del Risorgimento |
IL RE DEI CARBONARI |
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IL RE DEI CARBONARI I. Nella foresta murmuri notturni: breve nel buio balenìo di luci. Forse non son che lucciole e che gufi: gufi con gli occhi tondi ne’ lor buchi. O non son essi. Vanno attorno i lupi con passi sordi sulle felci e i muschi. O forse vanno per la solitudine anacoreti con lor pii sussurri. Bussano andando i cavi tronchi duri, che ognun si scosti e qua o là s’occulti. No: sono boscaioli con le scuri, così lontani che gli ansiti lunghi e i grandi colpi sembrano minuti picchi di picchi e singultìo di chiù. II. Il fuoco dorme in mezzo alla foresta nella sua piazza. Dai cagnoli il fuoco occhieggia e guizza. Ma di foglie mista la terra chiude la fumante bocca. Il fuoco è dentro: inconsumabile arde. Nelle baracche, cui di frondi è il tetto, i carbonari dalle lunghe barbe su tronchi assisi, vegliano, tenendo la scure in mano. Una lucerna brilla sul maggior tronco con le sue tre fiamme. Il gran maestro alza le mani al Santo e intuona il canto nel silenzio sacro: III. – Oh! questa è gioia, questo al mondo è bene, in un sol luogo dimorar fratelli. È come unguento sparso sui capelli, che piove giù dal capo sulla barba. È come unguento scorso sulla barba, che scorre, e bagna l’orlo della veste. Come sereno piovere celeste, come rugiada che vien giù dal cielo; rugiada che discende dal Carmelo, discende ai colli, e poi da’ colli al piano. Chè Dio segnò quei luoghi di sua mano, e vita avranno fin che secol duri. E voi le mani alzate con le scuri stando nell’atrio, in cuor pensosi e pronti. La notte cade. Luce è già sui monti. Le scuri alzate contro il dì che viene. – IV. Il gran maestro con la scure il tronco batte tre volte. Grave parla, e dice: “ Udite, o nati da fratelli. All’uscio d’una baracca uno picchiò notturno. Era smarrito tra la notte e il nembo, nella foresta. Vide il fuoco in una radura, acceso. Vide le tre luci nella capanna. Entrò. Giovane e bello era, coi segni del dolore in fronte. Era un’errante zingara sua madre. Per lunghe strade lo traea fanciullo meditabondo. Sempre gli occhi al cielo teneva, fissi, per vedere un astro, che non sorgeva. E nel suo cuore il sangue del Conte Verde era e del Conte Rosso. Re, per destino, egli sarà dei monti; ma noi l’ungemmo re della foresta. Contro lui geme ed ulula il lupatto dell’Apennino, e l’aquila a due rostri lo spia dall’alto senza muover l’ale, tacita, intenta. Ma il re nostro un giorno trarrà la spada, leverà lo scudo, chè Dio lo vuole, con la bianca croce, mettendo in fuga tutti i lupi e i gufi, allor che la grande aquila ferita. trasvolerà, rauca strillando, l’Alpi „. V. – O Carbonari, uscite dalle porte dell’acque, con le accette sulle spalle. Uscite al monte, andate nella valle, tagliate rami verdi d’oleastro. Recate ognuno frondi d’oleastro, rami di mirto, calami di canna. Fatevi, come è scritto, una capanna, un vostro asilo tacito e selvaggio. Una capanna, usciti di servaggio, fate di rami d’acero e di pino; ove beviate in pace il dolce vino e vi cibiate della pingue carne. Ma la sua parte niuno oblii mandarne, a chi non n’ha, chè questo è il giorno santo. E lieti siate, ed obliate il pianto. Gioia è di Dio che il cuore ci fa forte. – VI. Così celati aspetteranno il giorno d’andare incontro al gentil re crociato. Libereranno dalle piote arsite allor la bocca, e il carbon nero al vento prenderà fuoco e brillerà sul filo di mille scuri, e da quel fuoco il fumo a grandi spire salirà nel cielo. Nero il vessillo come carbon nero, e rosso e azzurro come fuoco e fumo, sia nelle vostre mani, o boscaiuoli, o taglialegne nati da fratelli, o carbonari, avanti al re che viene! VII. Passano intanto i carbonati occulti la notte, alzando le due mani ai puri astri del cielo, tra gli scabri fusti d’annose quercie, nei romani luchi. Gittano sangue al lor passaggio i pruni, scrosciano foglie, fischiano virgulti. Sotterra il fuoco hanno sepolto muti, siccome seme gli aratori ignudi. Germinerà. Nei taciti interlunii, chiusi nei tabernacoli fronzuti, pensano al re fanciullo, che tra i lupi ignaro passa, che di tra le nubi l’aquila veglia, e piomba già su lui stringendo sempre il nero volo più. |
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