Poemi del Risorgimento

GARIBALDI FANCIULLO A ROMA
PEPIN

I.

L’isola sacra, l’isola dei morti
aveano a poggia, piena d’asfodeli.
Là bianchi i morti, volti alla marina,
sui tumoleti, tendono le mani
al sole occiduo. Ora al chiaror dell’alba
v’erano voci di piombini e chiurli.
E la tartana lontanò. Ma il vento
battè la vela e sibilò nei fiocchi;
e sorse allora un mozzo biondo, il figlio
del padron vecchio, col grondante remo;
e stette a prua guardando muto il fiume,
l’Albula chiara, del color d’argilla;
a cui d’estate non mescean le pioggie,
non i ghiacciai, ma grandi opachi laghi,
sotterra, ignoti. E contro lui correva,
fremendo al sommo, il Tevere immortale.
Ma il vento salso avea seguito a volo
dal mar tirreno il marinar fanciullo,
e fischiò tra gli stragli e arruffò fresco
la lunga sua capellatura fulva.

II.

La prua solcava l’ombre ora di glauchi
canneti in fiore, ora di rade quercie.
Dove accosciata era la scrofa bianca
coi trenta bianchi suoi porcelli intorno?
Dove la reggia alta tra i boschi sacri,
nell’atrio i sacri vecchi re di cedro?
Là, da pantani pieni d’erbe e giunchi,
sporgean la testa i bufali selvaggi.
Dov’era il bosco della Dea Larenzia
co’ grandi suoi dodici figli arvali,
danzanti al sole ed invocanti il sole
con bionde spighe sulle lanee bende?
Brulla, ondulata, solitaria, mesta
vedeva il mozzo tutta la campagna,
sparsa di cippi, ruderi, muri, archi
intorno a cui pascevano le greggi,
piccole. Qualche buttero a cavallo
tra i suoi cavalli riguardava il fiume,
la bianca vela e il mozzo biondo al sole,
ch’era in lui fiso e s’appoggiava al remo.




III.

A Ripa Grande a terra balzò. Roma!
Roma era sempre. E la cercò sognando
col passo ondante come su la tolda,
con gli occhi aperti come dalla coffa;
e bevve l’acqua delle sue fontane,
e mangiò il pane sulle sue rovine.
Ristette al piede, e sogguardò la cima
brillante al sole d’obelischi rossi.
Vide scogliere di muraglie e d’archi
sparire nella oscurità d’un nembo.
Errava assòrto, e la sonante pioggia
riparò sotto un arco quadrifronte.
Meriggiò stanco al parlottìo d’un fonte
nella spelonca della ninfa Egeria.
Sorseggiò, arso, l’acqua dolce a bocca
a bocca da un leone di basalto.
Salì sul clivo, e vide i due cavalli
condotti al morso dagli dei giganti.
Placido, con la mano alta protesa,
cavalcò verso lui l’imperatore.

IV.

E si trovò tra ruderi di templi,
mozze colonne, e grigi archi di marmo.
Crescea per tutto il caprifico e il rovo,
e s’udiva una lunga eco di mugli.
E fanciulle ciociare erano assise
presso l’ignota fonte di Iuturna;
per la Via Sacra andava lento un frate;
giaceano bovi in una piazza erbosa;
giaceano lì nel tempio della Pace
butteri all’ombra delle rosse arcate.
E si trovò presso un’immensa mole
semisepolta, rotta, ispida, sola.
E un eremita come in un deserto,
v’era, e condusse il biondo mozzo in alto.
Errò pei muti portici; ma quando
il capo sporse e riguardò da un arco,
ruggì un leone, e sorse di sotterra
il sordo urlo di mille altri leoni,
e un plauso enorme; poi tutto improvviso
lo scroscio e il crollo della città morta.

V.

Ed ei fuggì con nell’orecchio il rombo
del tempo antico, verso il fiume eterno;
e passò il fiume, e s’avviò soletto
per luoghi ignoti. Egli saliva il colle
del Dio che il grande cielo apre e lo chiude.
Udì strepito d’acque e salmodie
chè già cadea la sera. Ed una porta
gli era davanti, e domandò qual era.
– Di San Pancrazio. – Uscì. Vide una villa,
il marinaio, simile a un vascello,
grande, impietrito. Agli alberi suoi neri
venian da Roma strepitando i corvi.
Ed altre ville ai quattro venti, e neri
pini e cipressi cui sfiorava il sole.
Stette: un’immensa cupola in disparte
vegliava in alto. E Roma era ai suoi piedi.
Il giovinetto udì squillare intorno
tutte le squille e ne tremava il cielo:
ed un rintocco era tra lor più cupo.
Poi fu silenzio. – E apparvero le stelle. –

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