Poemi del Risorgimento

MAZZINI
LA TEMPESTA DEL DUBBIO


I.

Mazzini, già, come Gesù trentenne,
era già solo. Un’ombra si diffuse
su la solinga anima, e il dubbio venne.

Tutto crollato: le speranze, morte,
e morti i cuori. S’erano richiuse
per sempre – con un lento addio – le porte.

II.

Con ferro suo la palma volta in mano
cadea l’Italia! Ora non più risveglio.
Tutto era stato, ed ora e sempre, in vano!

Solo – e dal volgo si credea ch’esangue,
cupo, mandasse i fidi, come il veglio
della montagna, ebbri d’haschisch, al sangue.

III.

Spenta la fede anche ne’ suoi più cari;
chi lontanò crollando il capo stanco,
chi lo seguiva con sorrisi amari.

Fuggiano, al verno, come morte foglie:
scendea dal ciel, non loro, il lenzuol bianco
ch’eternamente a gli occhi altrui ci toglie.

IV.

Sol gli restava la sua madre, in pianto,
pianto lontano sul deserto mare,
cui esso, o madre! era dolor soltanto.

O madre! o madre! o alte mute grida
vedendo in sogno il figlio suo passare
scalzo, col velo nero – un parricida! –

V.

O le altre madri ai piedi della croce
pregare udiva ed accusare a Dio
lui, col materno pianto nella voce.

E le vedeva in fila uscir dal chiostro
per dire a lei: – Che piangi? Il pianto è mio:
non voglio. Il pianto è nostro! Il pianto è nostro!

VI.

È di noi madri, che i figliuoli appena
presti alla vita li sappiamo in grotte,
sotterra, come bestie, alla catena.

È di noi madri, umili ignare oscure,
cui tolse i nati, al fine della notte,
su la dolce alba, piombo corda scure. –

VII.

Ed ei pensava: – E perchè mai v’ho tolti:
figli, alle madri? Era di voi più morta,
o per lei morti, o dentro lei sepolti,

l’Italia. Dunque... Oh! per un mio delirio!
Fra terra e cielo io la vedea risorta
con su la chioma il tremolìo di Sirio! –

VIII.

E nella notte insonne, lunga, vuota,
che aveva del giorno anche obbliato il nome,
sbalzava al suono d’una voce nota,

la voce, d’uno che passava, d’uno
che si fermava, lo chiamava – Come?...
Iacopo! – S’affacciava, ansio... Nessuno!

IX.

Su tre lunghi anni avea soffiato un breve
attimo – Vive! Ha franto i ceppi! È meco! –
Nessuno là nel grande albor di neve.

Oh! dal sepolcro... egli credea che fosse
bianco vanito nel biancor, senz’eco.
C’erano sulla neve goccie rosse...

X

Era vanito nella forra brulla
dicendo, Vieni, in suo passaggio, e il vento
vaniva anch’esso per la via del nulla;

vaniva là con lunghe voci, e gemiti
e fremiti, urla d’ira e di spavento
e di minaccia e di rampogna – Eh? Tremi! –

XI.

Oh! avesse accanto un’anima serena,
un cuore amico, per placar con esso
quei morti in ira, quelle madri in pena...

per non vedere l’altro figlio d’Eva,
il reo, l’uguale, l’altro sè, sè stesso,
cui malediva, sopra cui piangeva...

XII.

E sì, qualcuno era pur giunto... Forse
quei che move all’intorno un nembo d’aria
salsa di mare, il giovane dell’Orse,

quel timoniere d’anime tranquillo
avvezzo ai gridi della procellaria,
Borel! ch’ha nella voce alta lo squillo.

XIII.

Nè lui, nè altri. Era Borel lontano
tutto l’Oceano e le sue cento aurore.
A Cabo Frio portava ferro e grano.

La sua sumaca era agghindata a festa.
Ma il cabottiere si mangiava il cuore,
ed anelava al largo e alla tempesta.

XIV.

Egli era stanco d’udir sempre il rombo
della risacca contro la scogliera,

e dove giungea l’ombra di Colombo,
di bordeggiar con una garapera.

Borel, un giorno, in mare mutò rombo;
virò di bordo, issò nuova bandiera.

XV.

Dodici cacciatori di jaguari,
re delle Pampe, mulattier dell’Ande,

eran con lui, sbuffanti dalle nari
il tedio di quel navigare a rande.

Ei disse: “ Siate, d’ora in poi, corsari.
La nostra Italia, ora sarà Rio Grande.

XVI.

Noi più non siamo mercatanti ignavi
che in ogni rada gettino i grippini;

noi combattiamo per pezzenti e schiavi,
siamo l’Italia, o miei lupi marini.

Avanti! un guscio contro cento navi!
contro un impero, il nome tuo, Mazzini! „

XVII.

Mazzini un giorno si destò tranquillo,
sereno. Ognuno, non il suo destino,
ma porta dentro il cuore il suo vessillo.

Avanti! L’uomo, alta la fronte o bassa,
non è, lieto o piangente, un pellegrino:
ma è un celeste messagger che passa.

XVIII

Avanti! Tutti hanno il lor fine al mondo.
Tutti hanno un posto loro nel gran mare
dell’essere, e sia pur l’alga del fondo!

Avanti! Dice Dio: Quando son io
che mando, andate, senza mai sostare
senza mai riposare. – E dove, o Dio? –

Tu che devi morire, uomo, a morire!
Tu che devi soffrire, uomo, a soffrire!

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