Poemi del Risorgimento

INNO A ROMA

LE FAVISSE

Intanto, quali in una torba sera
fuggon le nubi d’ogni parte e vanno,
gemendo, spinte qua e là dai venti,
tali gli dei cacciati dai lor templi
empìan notturni il cielo di querele.
E di quei templi l’umide cisterne,
sin le favisse sotto il Campidoglio,
fervean d’un cupo murmure. Chè i molti
idoli sacri, l’uno dopo l’altro,
vi discendeano. E Venere, la vita,
vedea la prima volta ora i vetusti
lupi e cignali, e là pur mo’ gettata
schifìa Minerva i rozzi cippi e il vano
dio, ch’era un legno putrido, ed ansante
non ravvisava, nel Mamurio irsuto,
Marte sè stesso. E scese alfin dal sommo
dell’arce, dietro gli altri dei consenti,
Giove pieno di nubi il sopracciglio.
“ O già potenti in cielo, sulla terra,
nel mondo oscuro: fummo. Noi cacciammo
altri dal soglio, ed altri noi discaccia.
Ma non è vano l’aspettar vicenda.
Quel dio rifatto, a cui cedemmo contro
cuore, fuggiasco, povero, deforme,
il cui soglio è la croce, ed il cui serto
sono le spine dei roveti... „ Ed altro
egli diceva, ma seguì con voce
piena d’orrore la Carmenta antica
vaticinante, a nessun dio più nota,
ch’ella da molti secoli nell’ombra
era discesa, tutta rughe e muffa:
“ ... non cadrà più, poi ch’è il dolore umano!
Gli uomini eretto i templi hanno al dolore!
È il dio sol esso, il solo dio fra tutti,
che non può mai morire! „

  • Fondazione Giovanni Pascoli - I testi delle poesie
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