L’ESECRAZIONE
Cadean gli dei; restava il Campidoglio,
invïolato; e immobile la rupe
pendea sull’urbe. E il Barbaro selvaggio
invase l’urbe, e la guastò col ferro
e con la fiamma, e l’unghia de’ cavalli,
grave, pestò le sue ceneri: invano.
Fin ch’un di loro decretò che lento
mortal languore la struggesse. Vinta,
egli poteva anche spianarla al suolo.
“ Ma no „ diss’egli: “ la sommuova il verno,
la inondino le pioggie, e disdegnando
da sè la scuota e gitti via la terra:
la frangano le folgori tonanti:
sia sacra a Dio, precipitino i cieli
sulla lor cosa „. Tanto ei volle, e tutti
al suo comando, partono, e le madri
sono strappate all’are, ed i fanciulli
vanno e le indarno verginette in fiore.
Poi, per le vie del duro suono, i plaustri
Goti e i cavalli e le Àmale coorti,
piene di preda, andarono sull’orme
degli antichi manipoli, e lontano
il vincitore in sua lorica d’oro
svanì lasciando gli edifici soli,
già balenanti, già meditabondi
tra sè e sè, del crollo ultimo, e Roma,
Roma, sotto il suo sole almo, deserta.