Prefazione
Per
voi io canto, o giovinetti e fanciulle: solo per voi. Quali altri seguirebbero,
con l’agevole docilità che la poesia richiede, il poeta,
sì quando narra la comunione che passa per il viotterello, sì
quando descrive Achille e il suo cavallo che si parlano negli occhi? Gli
uni si sentono offesi dalle preterie cristiane, gli altri si mostrano
uggiti dalle favole pagane. «Altri tempi!» dicono gli uni
e gli altri. E mi par di vedere i sogghigni sopra la Porta santa, e ho
ancora nell’orecchio gli anatemi a proposito del Pope. E quelli
che, leggendo l’inno al puro di sangue figlio dell’eroe, avessero
approvato il sognatore della pace, trovandosi poi avanti l’inno
alle batterie siciliane ruggirebbero contro il cantore della guerra. E
chi si commuove per il re che muore in piedi, non vuole poi sentir parlare
di carcere che si schiuda e di catene che si sciolgano: e chi accoglie
nel cuore il giuramento dei redivivi nelle parole di Mazzini, respinge
e aborre il pane di farro guadagnato dal duca degli Abruzzi. E a cui dispiacque
una poesia, una strofa, una parola del libro, tornerà con animo
mutato sul tanto che forse gli era piaciuto e che non gli piacerà
più. E così dunque dovranno far tutti, e tutti così
faranno.
Voi, no. A voi può piacere nel tempo stesso la slitta dei cani
che va piccola e nera sulla neve, e il pope trasfigurato che passa il
fiume vermiglio; voi potete ugualmente amare le brevichiomate vergini
che dànno i tre baci della resurrezione ai loro uccisori, e il
vecchierello schiavo di Dio che mura le pietre secolari.
Nessuno è, spero, intorno a voi e in voi che v’imponga una
scelta, di suo gusto, tra le tante cose che voi sentite belle e buone.
E così, per ora e, come vi auguro, per sempre, voi potete godere
la poesia della vita, perché avete la libertà.
Non io godo ora, o giovinetti e fanciulle, nel dar fuori questo libro,
sebbene nel farlo a parte a parte anch’io godessi!
Ora, no. Quei tali che ho detto, e che non pretendo mi leggano, sogliono
chiedere, non, Chi sei? ma, Che cosa sei? cioè, di qual parte?
– Di nessuna: homo sum –. Eppure ci sono certe fatali divisioni
per le quali un uomo non può trovarsi di qua e di là, senza
essere uomo o doppio o mezzo… per esempio, sei per la fede o per
la scienza? Sei, nel gran conflitto economico, col lavoro o col capitale?
– Non tengo da quelli che siffatta divisione ammettono come fatale
e naturale: tanto posso rispondere.
La fede? Ve la chiedono come una cosetta da nulla che a negarla si sia
degni del fuoco, che si usava un tempo, o della riprovazione, del ribrezzo,
dello schifo universale, come si usa anche adesso. Si appagano che milioni
e milioni e milioni di sordomuti intellettuali dicano «Noi crediamo
tutto» senza nemmeno udire un articolo di questo tutto; simili al
bonomo che si fida, e non vuol vedere la distinta, e paga senz’altro.
Godono di tener sotto chiave, come la collana della Tecla, il credo dei
loro parrocchiani, che lo ritireranno il giorno del giudizio, e ora non
lo vedono più: i loro parrocchiani, che essi dicono semplici di
cuore e poveri in spirito. Eh! via! no. L’intelletto deve intervenire
in questa virtù che di tutte è la più difficile,
sì che i teologi non la concepiscono se non come grazia; deve essere
presente di continuo, l’intelletto, se ha da sottomettersi ed assentire.
Ora si può fare della fede un segnacolo in vessillo, e si può
dire alle genti, che seguano quella bandiera ciecamente, senza chiedere
che cosa ella rappresenti? Non si può. L’intelletto, non
si deve riporre, quando si tratta di fede, come si fa riporre, quando
si tratta di milizia e di battaglia.
A dire il vero il più di quelli che seguono quella bandiera, sono
più lontani dalla fede che quella bandiera vuol significare, che
il più di quelli che si dinegano a seguirla; perché questi
hanno vivo nello spirito l’elemento essenziale della fede, cioè
l’atto della ragione. Non è impossibile, non è improbabile,
non è insolito, che questi, dubitando e indagando, provando e riprovando,
arrivino al punto estremo, in cui l’anima offra all’infinito
mistero le sue vane ansie, e creda. Ora qual divisione è codesta
che si crea nel genere umano, di uomini da una parte, che rispondendo
Sì, mostrano di esser per il No, e di uomini dall’altra,
la cui negazione può, anzi deve, essere il primo articolo del credo?
La lotta? C’è sempre stata la lotta tra chi lavora e chi
gode il frutto del lavoro altrui. La storia sembra anzi essere mossa dalla
aspirazione di star bene in chi sta male, e di star meglio in chi sta
bene. Sembra, non è; o meglio, non è mossa da quella sola
energia. Oltre gli uomini occupati continuamente nella rissa della esistenza,
vi sono quelli che vi si mettono in mezzo per sedarla. Oltre gli uomini
ossessi dal dèmone della cupidigia e della rivalità, vi
sono quelli che vogliono gettare dal cuore ogni acre fermento di contesa.
Oltre gli uomini che non aspirano se non a star bene o meglio, vi sono
quelli che non anealano se non a far bene, a fare, ogni giorno, ogni secolo,
ogni millennio, meglio. Sono questi i veri uomini; di questi si compone
la vera umanità, sempre, vogliam credere, progrediente nel dissomigliare
alle bestie. Or bene, questi con le parole e più coi fatti e, sopra
tutto, con l’esempio, hanno sempre cercato di disarmare i rapaci
e di aiutare gli oppressi; e sono dunque nella lotta, ma non della lotta.
Sono pacieri, non guerrieri. Essi non hanno altro fine, o almeno, quando
anche sembri il fine sia diverso o non ne sia alcuno, non ottengono altro
effetto, che di promuovere l’umanità del genere umano. Di
questi bisogna essere: contro, cioè, la divisione, non o di qua
o di là.
Ma tristo a chi professa, non dico che adempisca, i principii che io dico!
Credereste voi che sia bella la sorte di chi è terzo in una rissa,
o sia mezzo tra due eserciti schierati in battaglia? Vedete il caso mio:
quelli di cui ho cantata la comunione, mi scomunicano; quelli per cui
ho gridato Pace! Mi chiamano chierico. Ebbene? Dicevo a principio, Homo
sum, con le parole d’un pagano: dirò in fine, con le parole
del vangelo, Ecce Homo! Lo so, lo so, questo è il modo, non di
piacere a tutti, ma di non piacere a nessuno!
A nessuno? A voi, sì: a voi, giovinetti e fanciulle, a voi, che,
di qualunque età siate, o serbate o ricuperate la santa giovinezza,
la cara libertà dell’anima!
E come vorrei che le mie poesie, oltre che fatte per voi, fossero anche
degne di voi! E quante più di numero vorrei che fossero! Io sento
di non avervi ancor detto nulla di ciò che avevo per i vostri cuori.
E temo di andarmene, volgendomi disperatamente addietro per dirvi ciò
che non dissi, e che è, sempre e ancora, il tutto. Bisogna affrettarsi,
ora. Gli anni non vengono, ora: vanno.
Pochi giorni sono, io, ritornato in questa mia buona madre Bologna, mi
trovai d’un subito così ingrossate e moltiplicate nel pensiero
le difficoltà d’un assunto, il quale tuttavia io non avevo
accettato se non a molto mal in cuore, così d’un tratto impoverite
e annichilite le mie attitudini, che invilii tutto e quasi disperai. Mezzo
secolo di mia vita era da pochi giorni trascorso; e che cosa avevo fatto
sino allora di veramente buono e durevole? E in quelli anni, ormai così
pochi, che forse mi avanzavano, necessariamente meno vivi e vitali, che
cosa di meglio e di più avrei potuto fare? Tristo e nero, or preceduto
e or seguito da un mio fido compagno, un mattino io presi per un’erta
solitaria, poco lontano da casa mia. Guardavo i ciottoli. Di lì
a poco alzai gli occhi: una grande croce di sasso era avanti a me.
E io mi fermai a quella croce che è il grande segnacolo dell’umanità;
dell’umanità che tale è in quanto rinunzia in parte
o in tutto, a ciò che par la legge di tutte le esistenze; alla
lotta, vale a dire, per sé. Mi fermai, e mi volsi. La grande città
si stendeva ai piedi di quella croce, e cominciava a due passi di lì;
eppure pareva tutta quanta lontana: come se io la vedessi in sogno. Non
la vedeva tutta, ma quanto vedeva, era essa, sì che pareva infinita.
Una leggiera nebbia ondeggiava su lei, e s’indorava un poco al pallido
sole invernale. Si distinguevano le grandi masse dei templi e le alte
torri: proprio in faccia a me il sottile stelo dell’Asinella feriva
di tra la nebbietta l’aria turchina. Qua e là un fioco e
dolce suon di campane pareva la voce della poesia sull’immobilità
della storia.
E la mia vecchia Bologna mi parlò al cuore e mi parve che dicesse:
«non vedi? Sono Bologna. Non ricordi? La tua giovinezza è
qui. La tua povera giovinezza che tu non vivesti, io te l’ho serbata.
È qui. Ce n’è un po’ da per tutto, nelle vie
e nelle piazze, nelle case e nelle chiese, nella vecchia Università,
persino a San Giovanni in monte. È qui. Ha fatto bene a venire
a riprendere ciò che lasciasti. Coraggio!».
Oh! fosse vero, o giovinetti e fanciulle, che io potessi ritrovare le
cose perdute! A voi io le renderei; e sarei felice io, del dono più
a voi conveniente, che potessi farvi ancora!
Bologna, febbaio del .
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