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Avrei
voluto tenere esclusivamente per me questo inizio di lavoro, e seguitare
da sola su esso il mio segreto pianto. Ma ci sono dei buoni amici che
aspettano, e aspettano perché avevano avuto qualche promessa. Ho
risoluto perciò di pubblicare quello che c'è, come è,
con la coscienza di compiere un dovere, di pagare, direi quasi, un debito
d'onore contratto da Lui.
Dopo aver molto cercato e studiato sui manoscritti non ho potuto mettere
insieme se non questi pochi poemi, alcuni incompiuti e alcuni compiuti
sì, ma non limati. Le carte sono piene di appunti e di orditure.
Per Lui era questione di un po' di tempo, libero e tranquillo. Ma, quando
sperava arrivato il momento, quella mano, pronta e sicura, s'è
fermata. Tutti quei foglietti, ignari di ciò che è accaduto,
sembrano in attesa! Qui c'è il programma per il tal mese, più
là per la settimana, spesso spesso per il giorno. Programmi che
quasi mai gli era dato di eseguire. Perché... ma è inutile
che ora io mi metta a enumerare i perché. Solo chi avesse tenuto
un po' dietro a ciò che produceva e che appariva agli occhi di
tutti, e agli innumerevoli fuor d'opera a cui lo costringeva la sua grande
condiscendenza, potrebbe farsi un concetto di quanto vorrei dire e non
dico. Il tempo non era suo: il no non sapeva dirlo.
Mi proverò a dare in poche parole un'idea de' suoi intendimenti
intorno a questo lavoro, a cui attendeva con amore e fede, e che doveva
essere, come Egli diceva, il suo supremo tributo alla Patria, e agli Eroi
e ai Martiri del nostro Risorgimento. Proverò.
In tre volumi Egli avrebbe costretta l'opera sua. Nel primo si doveva
arrivare fino al '48: dall'ultimo imperatore latino ai Bandiera. Mancano,
quindi, secondo le sue note, Il tricolore, I templari, altri Poemi mazziniani,
i poemi su Carlo Alberto, quasi tutto il ciclo di Garibaldi in America,
che doveva conchiudersi col ritorno di lui in Italia con Anita e il piccolo
Menotti; infine i più vibranti di passione: Nello Spielberg e I
fratelli Bandiera. Via via, in mezzo ai poemi epici di vari metri, dovevano
attraversare i volumi, con volo lucido e rapido, dei brevi poemetti lirici
sul genere di Garibaldi vecchio a Caprera. Credo, anzi, che questo, già
pronto, mentre il suo posto non l'avrebbe trovato se non alla fine dell'opera,
sia stato eseguito quasi per prova o per modello.
Terminato l'Inno a Torino, Egli intendeva subito proseguire ordinatamente.
Aveva già avuti in bozze e corretti una prima volta i primi due
poemi: Napoleone e Il Re dei carbonari. Stava eseguendo il terzo. Un giorno,
uno dogli ultimi che si levò di letto, si recò mestamente
nello studio e, dopo aver guardato i suoi libri e rilette alcune sue carte,
su di un foglio bianco scrisse con mano ancora sicura il titolo del poema
che l'attendeva:
22
marzo 1912 - Il tricolore!
e
nient'altro! Lì presso in una cartellina si leggevano i quattro
primi versi e gli appunti. Il giorno dopo non si levò! Non credo
che possa dispiacere di conoscere qualcuno di quei palpiti che gli vibravano
in cuore anche in mezzo alle sue crudeli sofferenze.
IL
TRICOLORE
Nella
città che è in mezzo a quattro strade
s'odono molti plaustri cigolare.
Mugliano bovi, squillano campane,
brillano spade, luccicano lancie.
( continua )
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